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di Elisa Giulietti

…un passo indietro

Amadeus presenta le co-conduttrici di Sanremo 2020 e scoppia la polemica contro le frasi sessiste

A una settimana dalla mattina del 14 gennaio in cui Amadeus ha presentato le undici donne che lo affiancheranno sul palco del festival di Sanremo, continuano ancora le polemiche contro le presunte frasi sessiste che il conduttore televisivo avrebbe lanciato contro le sue “bellissime e simpaticissime” co-conduttrici.


Un complimento a sproposito a Francesca Sofia Novello per la sua capacità di stare “a un passo indietro” dal fidanzato Valentino Rossi ed è subito allarmismo.

Ma forse il perbenismo di Amadeus, che ha fatto storcere il naso alle femministe, non è che il riflesso di una società che nasconde la disuguaglianza dietro una pluralità di –ismi, riservando trattamenti speciali alle donne in tutti i campi della cultura, dagli studi di genere nelle aule universitarie alle conferenze a tema “Le deportate di Aushwitz”.

Non è con l’eccezionalità che potremo combattere la disuguaglianza, ma è “allineandoci al passo” di una comunità di umani e non di uomini e donne che potremo raggiungere la parità.

<<Ovviamente sono tutte molto belle… lei è una modella molto promettente… poi è simpaticissima… uno dei volti storici e più belli del tg1>>: più o meno suona così la presentazione che ognuna delle ben undici conduttrici del festival di Sanremo di quest’anno ha ricevuto da Amadeus nella conferenza tenutasi lo scorso martedì su Rai1. Bellezza e simpatia sono state dunque i criteri che hanno guidato la scelta di Amadeus per la conduzione di uno dei festival più importanti della cultura italiana.

Certo Antonella Clerici non deve essere stata l’unica a fissare interdetta il pavimento dopo il complimento di Amadeus alla fidanzata di Valentino Rossi per il suo saper stare “a un passo indietro” dal compagno, ma se sollevare polemiche al perbenismo a sproposito di Amadeus e addirittura imporgli delle scuse pubbliche possa considerarsi la dimostrazione di una certa sensibilità per le vittime della questione “Discriminazione di genere”, allora dovremmo essere già a buon punto della nostra lotta e invece siamo ancora qui: a metà gennaio del 2020 siamo già a quota 3 vittime di femminicidio in Italia (https://femminicidioitalia.info/lista/2020) mentre sul palco dell’Ariston per la prima volta saliranno la bellezza di undici presentatrici a dimostrare che la coppia conduttore-conduttrice ormai non rende più onore all’importanza della donna.

Forse sarebbe il caso di rivedere un po’ le nostre basi culturali, che affidano alle donne ruoli diversi da quelli degli uomini, e che sono un po’ anche quelle che hanno fatto parlare così a sproposito Amadeus.

Dieci vallette per me

In fondo lui cosa avrebbe dovuto dire in una conferenza stampa per la pubblicità di un Festival, in una edizione, quella di quest’anno, che ha voluto così tante donne vallette accanto all’unico presentatore maschio? E le ha volute tutte bionde, meno forse che le poche spilungone taglia 40, tutte modelle e si, a buon ragione, “tutte bellissime e simpaticissime”.

Rendere onore alla donna quest’anno a febbraio significherà dunque mostrare semplicemente quanto undici presentatrici siano belle e simpatiche? Non vogliamo togliere nulla alla bellezza e alla simpatia di queste donne, ma magari ne sarebbe bastata una, come è avvenuto da settant’anni a questa parte, a mostrare la sua capacità di tenere alta l’audience di un festival di risonanza nazionale con spirito critico, umiltà e un pizzico di ironia come può ad esempio aver fatto una Michelle Hunziker l’anno scorso (anche lei bionda, bellissima e simpaticissima).

E così se gli anni passati c’erano un uomo e una donna a dirigere equamente la conduzione, quest’anno sul palco del festival di Sanremo ci sarà il conduttore con le sue vallette. Tante, una più bella dell’altra, ma tutte a spartirsi la battuta.

Giornata della Memoria, al femminile

Ma i bersagli culturali di questa lotta per i diritti delle donne non finiscono qui. Tra pochi giorni celebreremo la giornata della memoria e in alcune città italiane saranno solo le donne di Aushwitz a ricevere una trattazione speciale nella celebrazione della ricorrenza.

E così tra i manifesti delle conferenze delle programmazioni cittadine si leggono titoli come “Le deportate di Aushwitz” o “Immaginate se questa è una donna”. Interessante anche il fatto che la lotta contro la discriminazione di genere si stia combattendo anche a suon di polemica contro un Primo Levi che, a detta di qualche lettore frettoloso, avrebbe raccontato un’esperienza di falcidia dei diritti umani con soli uomini come protagonisti.

Tutto ciò avviene di fronte alla comune consapevolezza che il genocidio nazista non risparmiò donne ma tanto meno uomini, anziani, bambini, indigenti, ricchi o poveri.

È stata forse la più grande catastrofe in cui si sia registrata la più indifferente imparzialità nei confronti di uomini e donne, tutti umani ma tutti abbassati al rango di macchine da lavoro

e quest’anno noi dovremmo scegliere di privilegiare della memoria, unico presidio di identità umana prima ancora che civile, delle sole vittime donne?

La guerra dei sessi, anche nella lingua

Uomini cortesi ci hanno aiutato nella nostra battaglia su tanti fronti, persino su quello della lingua: nel 1993 il giurista Sabino Cassese ha addirittura emanato un Codice di Stile del linguaggio burocratico in cui raccomandava un “Uso non sessista della lingua” auspicando sdoppiamenti del tipo “l’abbonato e l’abbonata” nelle formule di vendita o i nomi professionali differenziati del tipo “l’architetto e l’architetta”, “ l’avvocato e l’avvocatessa”, come se nel voler risolvere una questione giudiziaria debba essere importante sapere se a mandare avanti l’arringa sia un uomo tutto d’un pezzo o una donna di poco coraggio.

Vogliamo veramente pretendere di ottenere la parità dei diritti degli uomini accentuando la differenza tra essere un uomo e una donna anche di fronte a una lingua che ci unifica sotto lo stesso segno, benché di “uomini”? Certo, tornare al genere neutro del latino risolverebbe tante discrepanze, ma marcare la differenza tra un uomo e una donna avrebbe comunque i suoi punti deboli in un sistema paritetico.

Non possiamo combattere la disuguaglianza dei nostri diritti rispetto a quelli degli uomini accontentandoci di trattamenti speciali che si rivelano essere la maschera di un maschilismo ancora ben radicato nella nostra società.

Continuiamo a levare in alto le nostre voci di femministe, approntiamo “Studi di genere” nelle università, ma continuiamo ad essere relegate al ruolo di “bei volti” da mostrare in tv o, ancor peggio, di oggetti sessuali nel silenzio delle nostre mura domestiche.

Non è accentuando la diversità che metteremo fine ai soprusi, anzi non faremo che incanalare su di noi l’attenzione, o meglio l’ossessione, di uomini convinti di essere in possesso di oggetti preziosi di loro esclusiva proprietà.

E non è omaggiandoci di trattamenti di cortesia superflua che gli uomini potranno dimostrare di averci integrate con pari dignità nella società.

La disuguaglianza va combattuta con la parità, che non significa né che debba esserci qualcuno che faccia un passo indietro e né qualcuno che cammini avanti, ma significa camminare tutti allineati verso il comune obbiettivo di essere membri di un’unica specie che non conosce generi né razze: quella umana.

Solo quando nessuno avrà più la percezione di trovarsi di fronte a una donna anziché a un umano non ci saranno più femminicidi.

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Elisa Giulietti
Diplomata da poco al Liceo Classico, coltivo la passione per lo scrivere alla facoltà di Lettere Moderne all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Cinema, Teatro e Sport mi appassionano, ma la Scrittura mi permette di valorizzare ogni attimo della vita, trasformando ogni spaccato del quotidiano in una pagina che sappia d’uomo, dove leggere realtà e assaporare emozioni. Un Maestro mi ha insegnato che il male è inevitabile e prima o poi tutti ne avremo a che fare. Solo sapendo dove si trova e accettando di farne parte possiamo “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, farlo durare e dargli spazio”. Da lì ho capito che il giornalismo era la mia strada.

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