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#PensierieParole di Elisa Giulietti

 Mentre il mondo si evolve alla velocità della luce, si creano nuove realtà e nuovi modi di vivere e di pensare. In questo vortice che sfugge ad ogni controllo umano si perdono valori e se ne instaurano altri.

Il rischio che corriamo, se non ci fermiamo a valutare cosa perdiamo e cosa acquistiamo, è che le parole che usiamo tutti i giorni perdano il loro significato originario e, di conseguenza, svuotino di consistenza anche i pensieri che con esse esprimiamo. 

Allora noi, nello spazio di questa pagina, ci fermiamo per un secondo a ridare il loro legittimo valore a quelle parole che compaiono tutti i giorni nei nostri discorsi ma di cui ignoriamo il vero significato che portano.

La parola su cui ci soffermeremo oggi è Educazione: come seguire questo sottile filo che ci lega alle nostre origini e segna il percorso verso il nostro futuro? 

Elisa Giulietti


Sotto gli occhi di tutti, cresce a dismisura il numero di giovani che si “divertono” a uccidere

8000 minorenni arrestati per delitto in Italia solo nel 2015. I genitori: “I giovani di oggi non sanno come combattere la noia e la violenza si è trasformata nel passatempo più ambito”
La noia è il male che incombe nella nostra società e della violenza ne è la causa scatenante, ma l’assenza di modelli positivi e presenti nella fase evolutiva dei giovani di oggi ne è quella profonda.

Questo il quadro completo del dramma familiare ritratto dal film “I Nostri Ragazzi” del regista Ivano De Matto 

Proposto pochi giorni fa presso il Cinema Parrocchiale di Chiaravalle proprio dai ragazzi curatori della rassegna cinematografica “I GiovaniRaccontano il Cinema dei Giovani”
Quest’anno, proprio, con il tema “Legami” si proponeva di cercare in 4 pellicole cinematografiche, proposte ogni mercoledì del mese di Luglio, uno spazio di incontro e dialogo tra genitori e figli.

L’occasione di questo acceso dibattito ha fatto sorgere tanti Perché, ma anche tanti Come: Come correre ai ripari di una società travolta dal cambiamento? Come riannodare il filo spezzato del legame? La risposta a queste domande è nel significato della parola che valorizzeremo oggi: Educazione.

L’educazione è l’unico strumento preventivo che possiamo usare per fecondare una generazione migliore, ma prima dobbiamo sapere di cosa si tratta.

“Non sono più i giovani di una volta”, “I giovani di oggi sono impenetrabili” fa eco la voce di nonni e genitori quando parlano di quella che per loro non è altro che una “Gioventù bruciata”.

E non possiamo dargli torto, o almeno non possiamo farlo alla luce della cronaca nera da cui siamo imbottiti tutti i giorni dai media. Cresce infatti a dismisura il numero di giovani che si divertono a uccidere: una settimana fa ad Arezzo un gruppo di ragazzi ha incendiato il pelo di un cane randagio con una sigaretta. Tra gli articoli più letti in rete c’è quello di qualche anno fa sulla morte di un anziano a Monopoli, gettato dalla scogliera da un gruppo di ragazzi incontrati durante una passeggiata in riva al mare.

I giovani di oggi stanno sempre davanti al cellulare e ai videogiochi e vogliono fare tutto quello che vedono attraverso quegli schermi. Se riscoprissero la bellezza dei libri le cose non andrebbero in questo modo”, sostengono sempre genitori sconvolti e rassegnati alla limitatezza degli stimoli che i loro figli ricevono.

Tutto vero e inopinabile quello che sostengono: i giovani di oggi, ininterrottamente connessi alla rete, sono completamente scollegati da qualsiasi legame con il mondo che hanno attorno, fatto di relazioni, persone, sentimenti, emozioni.

Tutte cose accuratamente riprodotte nei libri, che però sono roba d’altri tempi che ormai non hanno più nulla da insegnare, se non nozioni con cui imbottire nelle scuole menti atrofizzate dall’assenza di stimoli adeguati. La scuola non è più un luogo di formazione ma di scontro: tra alunni, tra insegnanti, tra alunni e insegnati e tra genitori e insegnanti.

L’unica dimensione in cui tutto sembra avere un senso è la rete, in cui si possono creare avatar e vite immaginarie in cui tutto è possibile, anche sperimentare l’ebbrezza del gesto violento e il gusto dell’odio immotivato.

“I giovani di oggi non sanno come combattere la noia e la violenza si è trasformata nel passatempo più ambito

Questa è la spiegazione che mamme e papà che guardano delusi la nuova generazione danno a quello che vedono. Ma è importante  andare a fondo con i “Perché”: Non può essere questa la vera causa della criminalità sempre più diffusa tra i giovani di oggi, se non una nitida fotografia dell’aspetto superficiale con cui si presenta ai nostri occhi.

Perché sorge la noia? Da dove viene la violenza con cui la si riempie? Chi mette la fonte della violenza a disposizione dei giovani?

Le notizie con cui telegiornali e notiziari on-line tempestano la nostra quotidianità non mancano solo di “Perché”, ma anche di “Come”:

Come possiamo ovviare al problema? Come possiamo reintrodurre i nostri giovani a una vita fatta di legami veri e non di mondi virtuali? Come possiamo loro insegnare a distinguere il giusto dallo sbagliato, la coscienza dell’errore e l’impegno a rimediare?

La risposta a queste domande non è e non deve essere il dito puntato contro una “Gioventù bruciata”, ma un tentativo di rimettere in piedi le macerie di valori, individuali e collettivi, andati in fumi: la cura e l’educazione sono gli strumenti per la ricostruzione, ma per essere adoperati bisogna capire come funzionano.

Oggi abbiamo completamente perso di vista il concetto di Educazione.

Essere educati non è solo usare le posate a tavola e ringraziare a chi di dovuto. Questi sono semplici aspetti del comportamento della persona rispettosa ma che non ha necessariamente ricevuto un’educazione.

La parola Educare deriva dal dal verbo latino educĕre , cioè «trarre fuori, o “tirar fuori ciò che sta dentro”. Ogni essere umano è un covo di potenzialità che devono essere estratte e messe in atto dalla nascita fino all’adolescenza da una figura esterna, che sappia guidarlo alla comprensione di sé stesso, della sua personalità, sessualità e delle abilità su cui costruire la propria autostima.

Educare significa trarre fuori la persona che è nell’essere vivente e l’uomo che è in ogni bambino.

La responsabilità di un compito così delicato non può che ricadere sui genitori. Sono loro ad aver generato il seme di una vita che non ha chiesto di essere messa al mondo e loro devono trarvi fuori la radice con cui esso possa accrescersi e trovare spazio in un mondo che altrimenti lo inghiottirebbe.

La figura del genitore ha un ruolo imprescindibile nella costruzione della personalità e dell’individualità di ogni bambino e in particolare lo sguardo dell’altro accompagna il bambino fin dai primi istanti della sua nascita alla percezione del proprio essere: Il primo volto che il bambino incrocia dopo la nascita è quello della madre che, secondo la tesi dello psicanalista J.Lacan ha la funzione di “contenitore affettivo” delle pulsioni del bambino e tale esperienza di contenimento affettivo si consuma proprio a partire da quella dell’allattamento.

La fame è accompagnata da pulsioni aggressive che inizialmente il bambino non è in grado di controllare e pertanto lo spaventano, proprio per questo essa si esprime sempre attraverso il pianto. Il compito della madre è quello di tollerare e umanizzare queste pulsioni, ossia di recepirle, interpretarle e restituirle al bambino dando un senso al suo malessere e facendogli sentire che non è solo di fronte ad esse.

Nella tesi lacaniana inoltre è proprio nell’incontro prima col volto materno e poi con quello paterno che il bambino crea la propria “Immagine narcisistica”, ossia un’immagine unica di sé che riunisca insieme tutti i frammenti che rimangono al di fuori della propria percezione di se stesso, frammenti che secondo Lacan compongono il “Corpo reale”. Perché il bambino possa costituire la propria immagine narcisistica non è sufficiente l’incontro con lo specchio ma anche quello con lo sguardo genitoriale. Tale incontro si verifica ancora una volta nell’esperienza dell’allattamento, durante la quale il volto della madre mentre nutre il figlio è come uno specchio: il bambino non vede cioè la madre ma se stesso nel suo sentirsi visto e amato dalla madre. Ciò presuppone che la madre sia in grado di ricevere e contenere lo sguardo del bambino e di restituirglielo come se dicesse “Eccoti, sei così come io ti accolgo, così come ti guardo con i miei occhi ed il mio amore”.

L’uomo appena nato è il più indifeso degli esseri viventi e necessita di essere protetto non solo dai pericoli esterni ma persino dalle proprie pulsioni interne. La violenza è il più elementare degli istinti alla sopravvivenza che l’uomo cova dentro di sé e necessita inevitabilmente di una figura esterna che lo aiuti a riconoscere e annientare questa parte nociva del suo essere per sviluppare altre strategie di sopravvivenza, quali l’autocontrollo, l’autorità e il rispetto degli altri per guadagnarsi il proprio.

I giovani di oggi sono sempre più soli di fronte a sé stessi e, privi di una reale coscienza dei limiti, di loro come uomini ma anche come membri di una comunità, perdono completamente il controllo della loro emotività.

Prendiamo in considerazione le denunce che figurano nella statistica criminale di polizia (SCP): nel 2015 sono stati denunciati complessivamente 8000 minori di 18 anni in Italia. Secondo quanto riportato dalla rivista online INFO PSC 1 (Prevenzione Svizzera della Criminalità), in Svizzera, come in altri paesi europei, il numero di minorenni condannati per reati sessuali è complessivamente aumentato negli ultimi anni. Se i minori condannati per reati contro l’integrità sessuale erano 127 nel 1999 e 167 nel 2003, il loro numero è salito a 433 nel 2014. Come ha fatto notare Cornelia Bessler, direttrice dell’unità di psichiatria forense dell’età evolutiva della clinica psichiatrica di Zurigo:

“Un compito importante nell’età evolutiva è quello di parlare con gli adolescenti dei nuovi desideri sessuali che affiorano e di insegnare loro a gestirli e ad integrarli  nel  loro  sviluppo  psichico.

Con i genitali in fase di maturazione, il loro corpo si trasforma in «portatore» di esigenze e desideri che i giovani vogliono anche sperimentare attivamente. Perciò gli adolescenti devono ridefinire il compromesso fra ciò che desiderano e ciò che è autorizzato. È solo quando il giovane, con le sue nuove sensazioni, è in grado di accettarsi che avrà anche la capacità di accettare gli altri e di avere   interazioni   sessuali   adeguate.  L’adolescente ha quindi bisogno di avere un’idea chiara della funzionalità dei propri genitali e sufficiente fiducia in se stesso   per   dedicarsi   alla   genitalità   meno familiare del partner sessuale preferito. Ma è proprio questa fiducia in se stessi che manca oggigiorno a molti giovani”.

 I giovani di oggi sono privi di modelli con cui misurarsi e confrontarsi nell’ambito della loro vita quotidiana.

Una delle cause è il lavoro che assorbe gran parte del tempo e delle energie che un genitore potrebbe spendere nella cura e l’educazione dei propri figli. Tale ruolo un tempo spettava alla madre, mentre essa ora si ritrova a dover aggiungere al ruolo di accuditrice anche quello di seconda lavoratrice della famiglia, nella maggior parte dei casi. L’assenza di esempi di autorevolezza e senso della norma nelle loro case li lascia sempre più abbandonati alle proprie pulsioni emotive, ma anche a tanta noia che la nostra società consumistica produce per poi spingere a riempirla con alcool, sigarette, videogiochi e prospettive di svago in discoteca. Ecco che allora tutta quella emotività, se non adeguatamente frenata e umanizzata con l’aiuto di qualcuno, si sfoga con l’ausilio delle uniche cose di cui i ragazzi sono messi a disposizione.

Tuttavia non dobbiamo dimenticare che i genitori di oggi sono quelli della generazione dei “Io alla tua età non avevo nulla” e, grazie al sacrificio e al duro lavoro hanno guadagnato il benessere economico di cui oggi beneficia la loro intera famiglia. Sembra quasi fisiologico che oggi che ne hanno la possibilità potrebbero desiderare di riprendere in mano quella vita che tanta fatica ha loro sottratto.

Da questo punto di vista però i ragazzi di oggi si trovano di fronte a figure genitoriali che sembrano non essere pronte a rinunciare a parte della loro vita per assumersi la responsabilità di crearne della nuova e dargli un posto nel mondo. Già a partire dagli anni sessanta il pediatra e psicoanalista Donald W.Winnicott illustra il fenomeno della “famiglia indebolita”, ponendo l’accento sul fatto che la scansione dei ruoli all’interno del nucleo familiare sembra essere sempre più evanescente: mentre fino al secolo scorso alla figura normativa del capo famiglia affiancata dal ruolo di accudimento della madre corrispondeva un assetto gerarchico verticale della famiglia, caratterizzata da un rapporto di subordinazione dei figli alle figure parentali, ora la famiglia si costruisce su un assetto orizzontale.

I nuovi genitori tendono più a proporsi come “amici” piuttosto che come tutori dei propri figli e tendono a delegare la responsabilità dell’imporre limiti e divieti alla scuola. I genitori di oggi tendono cioè ad evitare la frustrazione di dover fronteggiare la rivalità dei figli e, ponendosi spesso sul loro stesso piano nella gerarchia familiare, paradossalmente crescono insieme a loro.

Il problema per i ragazzi non sarà allora dover solo fronteggiare il disagio di trovare mamma e papà in discoteca a far baldoria con i loro amici, ma anche una crescita senza modelli che mostrino loro il senso del limite.

Inoltre I genitori che accusiamo di mancanza di dialogo e di contatto con i loro figli sono anche quelli che rispondono: “Alla mia età non c’era dialogo in casa, le cose si imparavano a forza di sberle”. Ebbene sì, anche la durezza e la repressività fino agli anni ’50 erano uno strumento di educazione che dava i suoi risultati: si imparava il rispetto della norma, il senso del limite, la determinazione al sacrificio per ottenere ciò che si voleva. Ma qui occorre una sottigliezza: l’austerità che vigeva nelle case dei nostri genitori era dettata dalla difficoltà che c’era un tempo a sfamare una famiglia, a far studiare dei figli per assicurargli un futuro o ad accontentare un bambino che faceva i capricci per un giocattolo.

Tutte cose che però oggi si sono perse: se nel passato “la promessa della felicità” era insita nella rinuncia, nel premio del sacrificio e nel risultato dell’attesa, oggi è nel consumo di oggetti, esperienze, nella contrazione del tempo di soddisfacimento di un bisogno.

Oggi abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno a nostra completa disposizione: mamme e papà possono risparmiarsi la fatica di organizzarsi per tempo per raggiungere un negozio che la spesa è già a casa e magari include anche un piatto pronto da mangiare. Sostituiscono il tempo che una volta avrebbero speso nella preparazione del pasto, luogo e momento di dialogo e insegnamento nella vita di ogni famiglia, con l’acquisto di oggetti con cui i loro ragazzi possano riempire da soli il vuoto che la loro assenza lascia loro. Ma libri, scarpe e videogiochi non potranno mai sostituire la cura che un genitore può offrire al proprio figlio. Ragazzi e bambini che un tempo vedevano la libertà nel motorino che avrebbero dovuto pagarsi a prezzo di duro lavoro, oggi che l’unica libertà è quella dal dovere e dall’attesa snervante di un tempo che anziché divorarci divoriamo con tecnologie che sostituiscono la manualità, vedono la libertà nella prima sigaretta, la prima sbornia in discoteca o la maglietta all’ultima moda da sbandierare su Instagram.

Quello che sembra loro libertà dalle imposizioni e dalle regole è invece schiavitù del consumismo verso cui la nostra società avida di guadagno ci spinge e in cui cadiamo anche spinti dai nostri stessi genitori a volte.

Se anche i genitori di oggi non sono più in grado di sottrarsi a questa logica frenetica e riempitiva che ha cancellato l’idea del “dare per ricevere” come possono sottrarvi i loro figli?

Occorre ridare il giusto valore al tempo, all’attesa che è la più nobile delle sensazioni.

“Piacer figlio d’affanno” risuonano i dolci versi della Quiete dopo la Tempesta di Giacomo Leopardi, da cui il filosofo Schopenhauer aveva preso ispirazione per la sua teoria della vita come di un pendolo che oscilla tra dolore, noia e piacere.

Il fastidio dell’attesa è ciò che ci separa dall’oggetto dei nostri desideri e quanto più quest’ultimo si fa attendere tanto più ne saremo capaci di assaporare la bellezza. Le esperienze formative che fanno crescere, il raggiungimento della felicità che non sia insita nell’avere ma nell’essere ciò che vorremmo essere sono ciò che di più bello e affascinante la vita ha da offrirci e in quanto tali richiedono tempo.

Il soddisfacimento di bisogni indotti dalla nostra società e legati al consumo di oggetti non ha bisogno di tempo. Dal tempo che avanza si genera la noia, l’assenza del desiderio, della prospettiva futura. I giovani allora si ritrovano a riempirla con la rabbia che la noia lascia loro, per questo per loro il divertimento, dal latino de-vertere, il deviare dalla noia, è la rissa in discoteca che spesso sfocia con l’omicidio, come è successo circa un mese fa a Trento tra due ventenni, o il vandalismo per le strade che spesso sfocia con l’uccisione di vite innocenti.

Se inoltre i genitori sentono ancora il dolore delle scottature di metodi educativi autoritari e repressivi sono davvero pronti a riproporre la stessa pasta ai loro figli?

Qui occorre adeguare i metodi dell’educazione ai nostri tempi e in tempi in cui le telecomunicazioni connettono dispositivi e disconnettono persone occorre ristabilire un dialogo e dei legami veri, fatti di fiducia e rispetto reciproci.

Ma fiducia e rispetto richiedono tempo e il tempo, il nostro tempo, è ciò che di più bello possiamo regalare a qualcuno per fargli sentire la nostra presenza.

È necessario promuovere nuovamente l’incontro tra genitori e figli, che si faccia anche scontro, ma uno scontro fecondo che porti al confronto, alla comprensione e alla crescita.

Ecco allora il valore di una iniziativa come quella de “I Giovani raccontano il cinema dei Giovani”, dove sono proprio i giovani a cercare il filo perduto del legame a partire dalla condivisione di un film, che fa discutere, che non mette d’accordo, che apre ferite e fa sanguinare, fa pensare e mette in discussione i ruoli , ma che alla fine spinge verso nuovi modelli da cercare, dove alla base ci siano le persone, le parole e i pensieri.

I ragazzi hanno bisogno di legami veri e i primi che devono costruire sono quelli con la famiglia o con chiunque si prenda la responsabilità di estrarre dal loro profondo la forza necessaria a camminare negli spazi angusti del mondo, a tastare il male per riconoscere il bene e trovarvi un posto.

I ragazzi hanno bisogno di qualcuno che li trascini via dal buio dell’inesperienza e faccia loro luce sulle qualità positive con cui farsi strada nel mondo.

Questo non significa che sia necessario scegliere per loro una strada, ma fargli luce su quali mezzi possono utilizzare per scegliere quella più giusta verso il bene.

Se l’onestà sarà il loro cavallo di battaglia allora avremo la speranza di aver gettato almeno un seme che fecondi positivamente la terra della nuova generazione. Educare allora è tirar fuori il fiore che si nasconde in questo seme: un lavoro delicato che non possiamo delegare a nessuno strumento ausiliario, sia esso un computer o un libro, ma che solo noi come generazione finita e limitata possiamo fare per una generazione illimitatamente migliorabile.

 


Bibliografia

Pamela Pace, Aurora Mastroleo, SFamami, 2009, Pearson Paravia Bruno Mondadori S.p.a.

INFO PSC  1 | 2017: www.skppsc.ch/skpinfo. Data di pubblicazione dell’edizione 1|2017: aprile 2017 ©Prevenzione Svizzera della Criminalità PSC, Berna

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Elisa Giulietti
Diplomata da poco al Liceo Classico, coltivo la passione per lo scrivere alla facoltà di Lettere Moderne all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Cinema, Teatro e Sport mi appassionano, ma la Scrittura mi permette di valorizzare ogni attimo della vita, trasformando ogni spaccato del quotidiano in una pagina che sappia d’uomo, dove leggere realtà e assaporare emozioni. Un Maestro mi ha insegnato che il male è inevitabile e prima o poi tutti ne avremo a che fare. Solo sapendo dove si trova e accettando di farne parte possiamo “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, farlo durare e dargli spazio”. Da lì ho capito che il giornalismo era la mia strada.

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