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di Stefania Cappucci

L’Istruzione a scuola d’Impresa

Credito, Competitività e Competenza: pilastri dello sviluppo” Questo è stato l’argomento scelto in occasione della 50° Giornata del Credito che si svolge ogni anno presso palazzo Altieri, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica

Il 4 ottobre scorso si è tenuto, quindi, un convegno e quest’anno è stato dedicato agli investimenti pubblici e privati, all’attuazione dei principi e degli obiettivi di impresa 4.0. Dall’incontro, oltre una peculiare analisi storica dell’andamento economico del nostro sistema Paese, vengono messe in luce tutte le difficoltà del sistema educativo che interagiscono con quelle del sistema produttivo, che insieme determinano un circolo vizioso: da un lato la scarsa offerta di capitale umano qualificato limita la propensione all’innovazione delle imprese, dall’altro la limitata adozione di tecnologie innovative riduce il rendimento delle competenze, disincentivando l’investimento in capitale umano. Alto lo spessore dei partecipanti alla tavola rotonda Coordinata dal Direttore della LUISS Shool of European Political Economy, Luigi Abete Presidente FeBAF, Vincenzo Boccia presidente Confindustria, Maria Bianca Farina Presidente ANIA, Anna Genovese presidente CONSOB, Gaetano Miccichè presidente Banca IMI e Antonio Patuelli Presidente ABI.


Tra i fattori più incidenti, la causa molto importante di svantaggio delle nostre imprese sta nel difficile incontro fra domanda e offerta di personale qualificato, quindi nella relativa incapacità del sistema nazionale d’istruzione di dare agli studenti la competenza giusta.

I risultati non sono casuali, sono il frutto di una scelta strategica risalente a un secolo fa e mai cambiata da allora, secondo cui le risorse pubbliche andavano indirizzate relativamente di più nelle scuole materna ed elementare, meno nella scuola secondaria, ancor meno nell’università e nei dottorati. L’impegno del settore pubblico italiano nell’istruzione non è proporzionato alle esigenze della modernità, fatta di ricerca scientifica spinta, di innovazione continua, di competizione esasperata.

Tuttavia non c’è solo un problema di quantità di risorse, anche la qualità dell’offerta formativa lascia a desiderare.

L’articolazione della scuola secondaria superiore fra scuole generaliste, come i licei, e gli istituti di formazione professionale, come l’apprendistato, è squilibrata a favore delle prime. Tutto questo distanzia il nostro sistema d’istruzione dalle esigenze della produzione.

Una possibile politica priva di costi per il bilancio pubblico, pertanto, potrebbe consistere nel rafforzare le lauree professionalizzanti e nell’incoraggiare l’esperienza dei nuovi istituti tecnici superiori, percorsi di specializzazione tecnica post diploma che stanno garantendo alti livelli di occupabilità per i propri studenti e la cui diffusione è limitata anche perché è legata a pratiche locali.

Non è secondario neanche il fatto che da oltre vent’anni lo sviluppo economico in Italia si è inceppato.

Tra il 1997 e il 2007, quindi nel decennio precedente la crisi mondiale, il nostro prodotto interno lordo crebbe meno di un punto l’anno in media, contro i 3 punti e mezzo del resto dell’area dell’euro. È poi arrivata la doppia recessione a cavallo dei due decenni, di origine prima mondiale poi europea, e il nostro paese ne è stato travolto, molto più degli altri paesi avanzati. Il sistema produttivo italiano si è dimostrato nel complesso troppo fragile e frammentato per puntare sull’efficienza tecnologica e organizzativa e ha perso competitività nei confronti della concorrenza internazionale.

Alcune imprese, prevalentemente medie, sono ora emerse dalla grande crisi con una rinnovata capacità di competere e stanno sostenendo le esportazioni italiane, ma le altre sono ancora deboli.

Rilanciare lo sviluppo economico nel nostro paese

Dopo oltre vent’anni di ristagno o di avanzamento troppo lento, è la priorità assoluta dell’intera società. Se la nazione non accumula più ricchezza alla fine declina, nonostante i talenti e le capacità che il mondo riconosce. Lo sviluppo deve essere armonico e sostenibile nel tempo, ma non può non esserci. Gli stessi equilibri finanziari del paese possono essere ritrovati soltanto grazie a un maggiore sviluppo.

Ma rilanciare lo sviluppo non è facile, occorre modificare in profondità tratti caratteriali e scelte politiche della nostra comunità nazionale che affondano le radici nel passato anche remoto.

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