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di Elisa Giulietti

La Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla dedicata alla sensibilizzazione ai disturbi del comportamento alimentare, venerdì 15 marzo 2019 giunge alla sua ottava edizione 

In occasione di questa giornata speciale proponiamo piccole pillole di conoscenza, ma soprattutto un momento di riflessione, su cosa siano i disturbi del comportamento alimentare.
E lo facciamo con un’ intervista che rappresenta la trasparente e sincera testimonianza di Amanda, una ragazza che parla per esperienza diretta e con la sua voce desidera dare un suo personale contributo alla giornata del Fiocchetto Lilla.


Anoressia, Bulimia, Binge Eating, Ortoressia e Vigoressia, tutti rientranti nella categoria dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione

I DNA, sono gravi disturbi del comportamento alimentare e della regolazione del peso corporeo. Hanno tutti una vasta gamma di conseguenze negative a livello psicologico, fisico e sociale. Si può iniziare semplicemente mangiando quantità ridotte o aumentate di cibo, ma poi la tendenza ad alimentarsi in maniera anomala si trasforma in una spirale fuori controllo.

Questi disturbi producono preoccupazione per il peso corporeo e la forma del corpo, e grave sofferenza, spesso estrema, per gestire il peso e l’assunzione di cibo. Spesso coesistono con altre disturbi come quelli d’ansia, depressione o abuso di sostanze.

Gravi conseguenze fisiche possono diventare pericolose per la vita in assenza di trattamenti, e l’anoressia nervosa è il disturbo psichiatrico con il più alto alto tasso di mortalità conosciuto.

Il Fiocchetto Lilla

Simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare da più di 30 anni in America, il fiocchetto Lilla compare anche in Italia per la prima volta nel 2011, quando Stefano Tavilla, il papà di Giulia, che muore a soli 17 anni a causa della bulimia, decide di fondare l’associazione Mi Nutro di Vita e di richiedere il riconoscimento istituzionale di una giornata nazionale di sensibilizzazione collettiva, riconoscimento che è avvenuto solo l’8 maggio dell’anno scorso da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel frattempo che questo male si porta via sempre più vite di fronte all’inconsapevolezza di chi ne resta immune.

Come la stessa associazione Mi Nutro di Vita sostiene, lo scopo del fiocchetto lilla è quello di

accrescere la consapevolezza sia a livello individuale che istituzionale al fine di creare una rete di solidarietà verso chi è colpito da un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione

Dai DNA non è possibile uscire da soli: è fondamentale la richiesta di aiuto e l’accoglienza della stessa da parte di professionisti qualificati e di strutture adeguatamente organizzate. Di fronte alla diffusione e alla gravità di questi disturbi è necessario dunque diffondere gli strumenti con cui poter aiutare chi ne soffre . E così il 15 marzo si svolgono iniziative ed incontri che coinvolgono associazioni, istituzioni e scuole in tutto il territorio nazionale, tra cui segnaliamo la premiazione dei vincitori del concorso letterario “Racconti Affamati” che si svolgerà presso la sala Piero Bozzo di largo Skrjabin, a Bogliasco, in provincia di Genova. Il concorso è stato promosso dalla stessa associazione Mi Nutro di Vita con il proposito di riservare uno spazio d’ascolto ai racconti delle esperienze di quanti hanno subito la malattia sulla propria pelle. Un’ottima occasione per dare voce a un disagio che spesso cova a lungo nel profondo senza uscire allo scoperto fino a impedire al soggetto di richiedere aiuto.


Se ne può uscire: la storia di Amanda

Uscire da un disturbo alimentare è un percorso lungo e pieno di ricadute, che non sempre raggiunge la sua meta. Fondamentale è l’aiuto da parte di figure professionali adeguate, che siano in grado di prendere in considerazione tutte le problematiche legate al disturbo e il sostegno da parte dei familiari. Non è tuttavia un percorso impossibile. Ce lo dimostra la testimonianza di Amanda, che, come ci racconta, è uscita vincitrice dalla sua guerra con l’anoressia solo dopo aver capito da dove tutto è iniziato insieme ai suoi dottori, che l’hanno accompagnata nel suo cammino alla scoperta di sé.

Cosa ricordi di un anno fa, quando combattevi ancora con la tua malattia?

“Ricordo di aver trascorso una mattinata a catalogare le bustine del thè negli scomparti della dispensa, una ad una per gusto e colore, poi passavo alle merendine e i barattoli di marmellata, ripetevo con i vestiti nell’armadio e terminavo con le scarpe nella scarpiera. Quella mattina non ero voluta andare a scuola, e non perché stessi male, ma perché per la prima volta nella mia vita non mi sentivo abbastanza preparata per la prova di quel giorno. Quella mattina tutti i miei compagni festeggiavano i 100 giorni all’esame di maturità cantando e lanciando fumogeni dal cortile della scuola, non ce l’avrei mai fatta. Non era il pranzo con la classe prima della discoteca a farmi preferire di rimanere a casa, né le bottiglie di alcolici pronti nei bauli delle auto dei miei compagni appena patentati. Ero io in mezzo a loro il problema che camuffavo in paura di cibarmi della loro stessa ansia di libertà. Mi ero incatenata nel timore di nutrirmi quanto gli altri ma a me piacevano quelle catene, perché era proprio quella differenza fra me e gli altri a darmi una parvenza di una identità che non sapevo in che altro posto cercare. Più erano strette e più forte era il dolore che provocavano, ma lasciavano solchi profondi che amavo sfiorare con la punta delle dita mano a mano che prendevano forma. Con quei solchi e quelle catene avrei gettato un segno di riconoscimento su quel corpo troppo a lungo marchiato dall’invisibilità. Avrei percorso tutto il corridoio della scuola tra i mormorii della preoccupazione, avrei varcato la porta di casa senza aspettare un secondo prima che tutti mi venissero incontro, avrei preso in mano il cellulare per leggere un’infinità di messaggi. Quelle catene erano il prezzo da pagare perché qualcuno avesse cura di me come io l’avevo avuta con le bustine del thè, con il piatto perfettamente riempito per un quarto, la grammatura della carne sempre corrispondente a due terzi di quella prescritta dalla nutrizionista. Mi ricordo perfettamente quando percorrevo chilometri di strada con i leggings che scivolavano via dalla vita e tagliavo il vento con le ginocchia appuntite, finché non cominciai a rallentare sempre di più fino a trascinare i piedi sul pavimento senza far rumore. “ Così si racconta Amanda senza alcuna reticenza.

Come hai fatto ad arginare questi problemi ?

“Le cose sono cominciate a migliorare quando ho capito cosa mi spingeva a digiunare. Io ho capito che il problema non era “il cibo” ma il fatto che non sapevo chi fossi veramente e di conseguenza non permettevo a nessuno di conoscermi se non attraverso un corpo che non potesse passare inosservato. Dopo anni passati a cercare un modo per sentirmi bene nel controllo ferreo della media dei miei voti e delle calorie che ingerivo, non facendo altro che procurarmi con le mie mani il mio dolore, alla fine un rimedio l’ho trovato proprio lì dentro a quel dolore. Non ho mai smesso di cercare la perfezione delle singole cose ma ho imparato a guardare la bontà del tutto. Non ho smesso di piangere per i miei sbagli, ma ho imparato ad apprezzare anche le cose rimediate. E così tutt’ora continuo a studiare cinque ore al giorno, vado a teatro il sabato sera, cambio volentieri un bicchiere di vino con una tisana, pizzico davanti allo specchio i lembi di pelle che continuo a chiamare “grasso” sotto l’ombelico e spezzo a metà i maccheroni per evitare di mangiare 81 grammi di pasta anziché 80.  Ti chiederai allora che cosa cambia da prima. Cambia la fierezza con cui fai ognuna di queste cose, cambia la consapevolezza che hai di te stessa, del fatto che non sei come gli altri e proprio questo ti fa unica. Riconosci che ognuno di noi ha qualche piccola ossessione che lo rende inconfondibile e impari a ridere delle tue. Apprezzando te stessa, nella tua debolezza e fragilità ma anche nella tua diversità e unicità, pian piano impari a conoscerti, ad amarti, a prenderti cura di te, ad ascoltare anche le esigenze del tuo corpo. Alla fine capisci che un sorriso è molto più attraente che un osso che sporge e la malattia smette di essere il tuo tratto distintivo. Non costringi più nessuno a preoccuparsi per te, ma ad ammirarti, ad aver voglia di scoprirti o semplicemente di godere un po’ della tua compagnia

Quando hai capito che dietro quel corpo c’era ben altro hai fatto fatica ad accettarti per quello che eri?

 “Alla fine mi sono resa conto che anche da quel senso di inadeguatezza che mi aveva impedito tante volte di uscire di casa dopotutto si poteva ricavare qualcosa di buono: Ho capito che non ero necessariamente io ad essere quella sbagliata, diversa o sfigata della situazione, ma era la situazione in cui mi trovavo a non essere adeguata al mio modo di essere. Alla fine ho seguito il mio istinto, ho dato ascolto al mio cuore quando ho scelto di frequentare l’università che sognavo e le persone con cui mi sentivo a mio agio. E già che c’ero ho imparato anche ad ascoltare il mio corpo nel momento in cui mi chiedeva di prendermi cura anche di lui”

Che cosa hai imparato da questa esperienza quindi?

“Ho capito che quella sofferenza che mi procuravo era dovuta al fatto che avevo sempre cercato di essere quella che credevo gli altri volevano che fossi e non quella che volevo essere realmente. Ma è stata proprio quella sofferenza a mostrarmi questa debolezza che non sapevo di avere ed è stato proprio da lì che ho cominciato a lavorare per rispettarmi”.

Quindi vorresti dire che tutta quella sofferenza a qualcosa è servita?

“Strano a dirsi, ma è proprio così. Non sarei mai riuscita a ritagliarmi un posto nel mondo senza sapere le mie misure e che il mio dolore mi aveva dato la possibilità di conoscerle tutte. Proprio tutta quella sofferenza mi aveva mostrato i miei limiti e le mie debolezze e se non avessi capito quali fossero probabilmente non sarei mai riuscita a capire da dove partire per superarli definitivamente. E ora mi rendo conto che se non avessi mai sperimentato il peggio, probabilmente non avrei mai capito dove trovare il meglio della vita”.

Amanda ci spiega inoltre che nel suo percorso di guarigione sono state fondamentali anche alcune letture che ha fatto quando a un certo punto, cosciente di essere una vittima delle sue stesse manie di controllo, si è sentita pronta a voler “sviscerare quel male che non le permetteva più di vivere”, come confessa.

Quale passo hai fatto per entrare dentro di te?

“ Una sera sono uscita di casa raccontando ai miei che c’erano delle amiche che mi aspettavano per un po’ di shopping, ho preso il primo bus che si è fermato lungo la mia strada con l’intenzione di fuggire per un attimo da quella vita che non mi piaceva. Alla fine mi sono ritrovata in un comune a venti chilometri da casa mia dove c’era una libreria enorme. Mi sono seduta a sfogliare libri finché non mi sono imbattuta in un libricino rosso che recava il titolo “sfAMAMI”. Quel titolo descriveva perfettamente il mio stato d’animo in quel momento e mi ha portato nella sezione Psicologia, dove ho trovato tanti volumi che trattavano proprio quel disturbo che ormai sapevo di avere. Lì, da sola, quel sabato pomeriggio, nascosta da tutti senza saperne spiegare il motivo, ho capito che la terapia da sola non bastava, anche io dovevo allungare un braccio per tirarmi fuori da lì e il primo passo era fare luce su quel tunnel”.


Quando il cibo “mette paura”

Come Amanda ci ha spiegato durante l’intervista, rifacendosi a quanto ha letto da Pamela Pace e Aurora Mastroleo, psicologhe infantili dell’Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus e autrici del libro “Sfamami” ( 2009, Pearson Paravia Bruno Mondadori S.p.a.) , uno dei prodotti della rivoluzione culturale avviata nel ’68 è una maggiore vulnerabilità delle famiglie contemporanee ai modelli culturali imposti dalla società. Ai tempi dei nostri nonni la trasmissione di tradizioni, regole e valori era affidata all’oralità e all’esperienza, mentre oggi è affidata ai Mass Media. I valori non sono più trasmessi ma imposti, ostentati in maniera martellante da pubblicità e manifesti con cui abbiamo a che fare involontariamente in ogni momento della nostra vita. La famiglia occidentale oggi si lascia molto più permeare di un tempo ai dettami di una società che ha sostituito i vecchi valori dell’autorità e della rispettabilità con quelli dell’immagine, di un individualismo che sfocia nel narcisismo, da ricondursi alla fragilità del giudizio etico moderno che, indebolito nei suoi riferimenti culturali e ideali, trova sostegno nell’apparire. Nell’epoca del “Dio è morto” compare cioè una nuova forma di religione, la “religione del corpo”, determinando un nuovo giudizio etico secondo cui è bene ciò che è bello. Tale giudizio si riflette anche nell’ambiente familiare dove i bambini di oggi si trovano spesso ad assorbire le ansie dei propri genitori rispetto alla propria magrezza, giovinezza e prestanza fisica.

La sfiducia nei confronti di una produzione industriale basata sulle monocolture, l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti, esplosa con il movimento Slow Food alla fine degli anni’90 e la progressiva perdita di un patrimonio culinario nazionale distinto a seguito della diffusione di catene di ristorazione multietniche stanno peraltro evidenziando un disordine alimentare diffuso. Si ritorna oggi a quello che è stato definito Dilemma dell’Onnivoro: se in antichità l’uomo in preda alla neofobia, cioè alla paura di mangiare sostanze sconosciute ma potenzialmente commestibili, si lasciava guidare dal proprio senso del gusto, che lo orientava verso il dolce, sinonimo della presenza di carboidrati che forniscono energia e lo portava a respingere l’amaro, caratteristica di molti alcaloidi velenosi sintetizzati dalle piante, oggi il cibo, che arriva confezionato nelle nostre case da mani sconosciute, torna ad essere un oggetto ignoto. L’uomo si lascia guidare dalla pressione sociale e quanto mai oggi va alla ricerca del km0, dello sgrassato, biologico, magro, dietetico. Laddove i discorsi familiari sono permeati dalla centralità del cibo e dall’importanza dell’immagine dunque i bambini possono facilmente appropriarsi di questo strumento per rispondere alla pressione che l’ambiente familiare, sociale e scolastico esercita su di loro, alla pari di qualsiasi altra sostanza stupefacente ugualmente diffusa dalla nostra società. A tutto ciò fa da contraltare la disponibilità sovrabbondante di cibo, che fa di esso non più un bene di lusso portato a casa assieme al sudore nella fronte ma un avanzo che “può essere buttato via”, la perdita della ritualità della tavola a seguito dell’introduzione di ritmi di vita che hanno sconvolto l’equilibrio familiare che hanno reso il cibo appropriabile a qualsiasi ora, in qualsiasi contesto e luogo, dalla scrivania alla macchina. Sono fattori che costituiscono un ottimo presupposto all’utilizzo di questo strumento per comunicare un disagio.

La parola all’esperto

Il caso di Amanda è solo una delle tante varianti all’interno della casistica dei disturbi alimentari. Ogni storia è diversa e presenta le sue complessità. Per comprendere alcuni aspetti più specifici di questi disturbi rivolgeremo alcune domande alla dottoressa Daniela La Porta, psicologa e responsabile della rubrica di psicologia PUNTOSUDIME de Ilpuntonews.net.

Lo faremo in una intervista che vi proporremo nei prossimi giorni.

Nell’attesa dell’intervista prendiamoci un momento di riflessione su questo tema ricordando sempre che la prevenzione di disturbi come questi si poggia fondamentalmente sulla sensibilizzazione e sulla diffusione delle conoscenze di essi e sulla conseguente possibilità di parlarne, di captare i segnali di disagio che possono essere sintomatici di tali disturbi e di chiedere aiuto.

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