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Dopo il successo delle scorse stagioni, anche la edizione 2017 vede tornare al Silvano Toti Globe Theatre i SONETTI D’AMORE con l’ideazione e la regia di Melania Giglio, dalla traduzione di Alfonso Veneroso e Melania Giglio.
Un viaggio tra i più bei versi di William Shakespeare accompagnato da una ricca contaminazione musicale: da Marvin Gaye a Amy Winehouse, da Leonard Cohen ad Alanis Morissette.

Samuel Coleridge definì Shakespeare

“An androgynous mind”

Il poeta, critico letterario e filosofo inglese, Samuel Coleridge, lo ha definito una mente androgina in quanto nessuno come lui ha saputo parlare d’amore accogliendo in sé il maschile e il femminile, la passione carnale e la sublimazione, la vita e la morte.

Basti pensare al fatto che i primi 126 sonetti sono dedicati al fair youth, un giovane ambiguo e narciso di sesso maschile, con ogni probabilità identificabile con Henry Wriothesly, terzo conte di Southampton, patrono e mecenate di Shakespeare. Mentre i sonetti dal 127 al 154 hanno come loro fulcro una misteriosa Dark Lady, quasi certamente la tenutaria di un bordello londinese frequentato dal Poeta.

Con
ALFONSO VENEROSO – William Shakespeare
MELANIA GIGLIO – La sua Musa
SEBASTIAN GIMELLI MOROSINI – Il Conte di Southampton
FRANCESCA MÀRIA – Dark Lady

COSTUMI Susanna Proietti
DISEGNO LUCI Umile Vainieri
PROGETTO FONICO Franco Patimo

Qual è la natura dell’amore?

Qual è il confine tra amore e amicizia? In che cosa differiscono l’amore passionale e quello ideale? Quando possiamo parlare di affinità elettive? Shakespeare nei suoi sonetti indaga tutti i possibili aspetti dell’amore. E l’amore stesso diviene così lo strumento d’eccellenza per conoscere se stessi, l’altro, il mondo, la poesia, la bellezza e la caducità. Il poeta è testimone instancabile di un mondo che non c’è più, una realtà costruita con dedizione, fede, potenza espressiva, serietà, competenza e valori indiscutibili.

Così è la sua Poesia

Nella stanza dell’immaginario del grande poeta ci si può anche smarrire. Là ci sono pochi oggetti, lo spazio è denso, percorso da sussurri e voci dimenticate, memorie di antiche interpretazioni, ombre in transito e riflessi di luce abbaglianti. Il poeta frequenta il futuro nella vita di ogni giorno, si batte per la verità, cade in deliquio, trema, sviene per un istante e in quell’istante elabora universi, sogna l’infinito e tenta di decifrarne la grammatica. Così è la scrittura di Shakespeare, scrittura “vivente”, tracciata nell’inconscio dei suoi interpreti.

Questo viaggiatore dell’illusione e del sogno

parla una lingua di cristallo

Egli si misura con ogni possibile realtà, ogni forma di tradimento e, come dal fondo di un pozzo, si affanna a parlare a tutti gli uomini ancora “vivi”, tramite versi che ci parlano delle paure di un vecchio, degli incubi notturni di un Re lasciato solo dalle figlie, delle notti d’amore di una Regina, degli affanni di un giovane principe, dei pensieri di un grande condottiero.

La stanza che ospita quest’uomo e le ombre che lo accompagnano ha grandi pareti di fumo che soffrono dell’instabilità propria dei sogni e così mutano continuamente

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